Non m’inculi col patè

C’è questa suorina bellina bellina che ha perso l’autobus per tornare in convento che fa l’autostop e viene caricata da una Mercedes ultima generazione con a bordo una donna appariscente.

“Salga sorella, la porto io.”

“Caspita che bella macchina. ” le fa questa

“E’ il frutto di una notte d’amore con uno spasimante.”

La suorina bellina bellina arrossisce: “Ma davvero? e che bell’anello al dito.”

“Ah questo? è il frutto di una notte d’amore con un altro tipo. Che vuoi so fatti cosi.”

“Perdindirindina.” fa la suorina, poi nota la borsa di pelle di coccodrillo e il cappotto di cashmere sul sedile di dietro “E’ quelli…? ”

“Non ci crederai ma anche quelli l’ho avuti nello stesso modo.”

La suorina bellina bellina si fa il segno della croce. Quando arrivano al convento la ringrazia e si salutano e lei va dritta nella sua cella e comincia  a pregare. A mezzanotte sente bussare la porta.

“chi è? ”

“Sono io… ”

“Oh padre Alberto ci vai a cacare te e le tue caramelline alla menta….”

 

Questa storiella, che è un classico della “letteratura” di genere, ricorda uno dei sempreverdi che accompagnano le nostre esistenze che va sotto il nome latino di “Inculare con il patè“. Pure Celentano a suo tempo la mise in canzone cantando di “Rosanna mon amour”.

Quante volte ci doniamo per quattro spiccioli?

A volte consapevolmente a volte invece turlupinati da sogni e aspettative su qualcosa: lavoro, amore, famiglia. Insomma tutto il cocuzzaro. Certo, dirà qualcuno, noi diamo e doniamo per il piacere di farlo e non per il ritorno che avremo, ma sappiamo tutti che la partita doppia è solo latente. Il do ut des è la pietra angolare dell’esistenza di qualunque essere umano senziente. Pure per i santi (su Madre Teresa mi sono già espresso).

Scoprire di essere stati inculati con il patè provoca uno dei dolori più grandi che un essere umano è obbligato a sopportare dal punto di vista emotivo. Sapere che si è cascati nel raggiro fa perdere autostima e il passo successivo è lasciarsi andare e quindi cascarci ancora e ancora e ancora. L’alternativa è pure peggiore: far male a chi ha osato calpestarti. Che poi è ciò hanno deciso di fare molti islamici ma se si dice si finisce a Guantanamo quindi rinnego di averlo anche solo pensato.

Quale è la scelta migliore quindi?

Io credo che l’unica cosa che funziona in questi casi è accettare il fatto di non essere così bravi e belli e intelligenti e fighi come si pensava. Perchè la verità vera è che solo malati di narcisismo come me hanno la percezione di essere stati (spesso) inculati col patè. Gli altri, i sani, non sanno manco di che sto parlando….

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Fine anno

Fine di cosa poi?

tutto ricomincia, quasi sempre allo stesso modo e quando non è così è in genere perchè è successo qualcosa di brutto che peggiora lo status quo. I tempi in cui si credeva che il futuro fosse foriero di cambiamenti positivi è andato per sempre. Forse è davvero questa la vecchiaia: credere che le cose non potranno più migliorare. E che noia sentire alla televisione e nei bar sempre i soliti refrain sugli auguri e su come tra qualche mese staremo meglio.

Stronzate.

A nessuno frega nulla di nessuno. Auguri sono solo parole buttate al vento per riempire spazi che a volte una carezza o un abbraccio coprirebbero meglio ma che sono difficili da regalare. Le parole come “Auguri” e similari sono invece indolori e vanno giù senza ostacoli anche nei cuori più duri. Siamo arrivati al 2018 ma se vi togliete lo sfizio di andare a leggere i giornali di cento e passa anni fa troverete le stesse notizie e gli stessi ritornelli di sempre. Politici corrotti, crisi economiche, scandali, rinnovamento. Gente che urla che avrebbe riportato qualcosa ai vecchi fasti scordando che non ci sono mai stati. Niente è cambiato e niente cambierà mai. E’ tutto falso, persino la data. Un uomo chiamato Gesù è nato in Palestina sette anni prima di quando in genere si crede, ma nel regno dell’approssimazione anche questa cosa ha il suo senso se si vuole.

E allora quali sono i piani per il nuovo anno?

Sopravvivere, facendo in modo che l’aria continui ancora ad entrare nei polmoni sperando che qualche bolla d’aria nel sangue o qualche cellula impazzita non facciano troppi danni.

E la chiamiamo amicizia

Una delle cose con le quali non sono ancora riuscito a fare pace è la relazione amicale con gli altri. Ricordo che sin da quando ero bambino ho sempre sentito una pulsione fortissima nei confronti di quelli che genericamente si chiamano “amici”. Uscivo a giocare con loro e mi sembrava che fossero la mia seconda famiglia, eppure quando tornavo a casa e ne parlavo a mio padre lui faceva boccacce e si agitava cercando di spiegarmi che stavo sbagliando. Io non capivo perchè si comportasse a quel modo. Quel suo atteggiamento mi infastidiva molto:

“Gli amici come li chiami te prima o poi ti fregano, vedrai, non ci contare troppo.”

“Ma perchè dici così?”

“Perchè io li conosco. ”

Discutevamo fino a quando non mollavo la presa,  in genere perchè stanco di argomentare me ne andavo in camera mia certo che a me sarebbe andata diversamente perchè io ci tenevo tanto ai miei amici.

Da quei giorni sono passati decadi, adesso che mi sto avviando verso il viale del tramonto ripenso a quelle discussioni e sorrido amaro. Quante delle persone di quel tempo che a me sembravano importantissime conosco ancora? Nessuna. E devo andare molto in là con gli anni da quei momenti perchè qualche persona che frequentavo sia ancora, magari in misura marginale, dentro la mia vita. In altre parole, puff, tutti spariti. Ognuno per la sua via.

Certo è la vita, si sa. Non fa sconti a nessuno, spacca le famiglie, figuriamoci i rapporti amicali, eppure sento ancora oggi un dolore forte in mezzo al petto quando penso a chi mi ha accompagnato per un pezzo di viaggio e poi ha deviato. Ci sono state persone che ho frequentato con superficialità ma anche persone che ho creduto fratelli di sangue e tutti, indistintamente, a un certo punto del cammino hanno deviato. Alcuni senza manco salutare. Nei momenti di tristezza acuta che mi capitano quando mi guardo intorno e non riconosco nessuna faccia davvero familiare, vado su Google e comincio a cercarli per vedere che fine hanno fatto, per spiare le loro esistenze dal buco della serratura con la segreta speranza di ritrovarli e di gridargli “ehi non ti ricordi? sono io” .Quando capita che incrocio i loro volti su FB o leggo qualche cosa sul web non ho però la forza di andare oltre. Perchè ho paura di risvegliare in loro qualcosa che loro non desiderano risvegliare. Magari hanno deciso di cambiare vita e si sono dimenticati di come erano un tempo, magari pensano di me che sono io che ho tradito la loro di amicizia. E mi blocco. Senza contare quelli di cui non ricordo il cognome perchè il tempo è bastardo o perchè ci siamo sempre chiamati per nome o soprannome. Che diavolo vi è successo amici?

Oggi la gente che frequento è diversa da allora. Sono diverso anche io. C’è stato un tempo in cui passavo pomeriggi interi con persone come me, aperte al nuovo, disposte a mettersi in discussione e ad accoglierti e a darti qualcosa di loro. Oggi mi vedo ogni tanto per una cena, una partita a tennis, soliti discorsi, sempre chiusi e in difesa, senza aprire al nuovo, senza cercare qualcosa che non sia coprire un bianco. A volte in quelle situazioni li guardo mentre mi raccontano delle loro vacanze o di qualche altra cosa insignificante e torno indietro con la mente a quando ci davamo di gomito per provare qualcosa di nascosto che i grandi ci impedivano, o per provare ad esplorare zone della città sconosciute, o per scambiarci le nostre emozioni più vere rispetto alle donne e all’amore e alla paura. Capita che qualcuno si accorga che la nostra interazione oggi è diventata di plastica e sorrida ricordando con me che anche lui a sua volta sente la stessa oppressione al petto. Questo fatto me lo rende amico, amico vero, uno di quelli con cui pensi che potresti anche lasciare tutto per qualche tempo per prendere un treno e andare da nessuna parte, ma assieme a lui. Ti sorride timido e abbassa gli occhi e per un attimo credi che finalmente hai trovato qualcuno con cui provare a ricominciare a camminare in compagnia. Poi a un certo punto guarda l’orologio:

“Scusa s’è fatto tardi devo andare”

e non lo vedo più per settimane.

La vita è bastarda, adesso capisco perchè mio padre cercava di mettermi in guardia dall’essere troppo entusiasta nel vivere e descrivere le relazioni umane, ma chi soffre di appocundria, saudade o come cavolo vi piace chiamarla il suo cuore non riuscirà mai a chiuderlo

Madre Teresa di Calcutta è (era) davvero una santa?

La questione di Dio si sa è cosa su cui gli uomini sono disposti a scannarsi da sempre. Oggi come secoli fa nel nome di DIO si continuano a compiere le peggiori nefandezze che l’umanità abbia mai perpetrato.

I dogmi che la Chiesa impone ai suoi adepti, molto spesso cozzano contro il buon senso e l’uso sano della razionalità. Nei casi in cui i Soloni cristiani non hanno più argomentazioni contro quelle di chi crede solo nel lume della ragione, il vecchio rifugio è sostenere che “la Fede è un dono” e quindi non è per tutti.

Razionalmente posso ancora arrivare a credere che nella città di Dio, sia lui a scegliersi i cittadini, quello che però fatico ancora oggi a fare mio è la scelta dei santi e sopratutto alcuni adorazioni acritiche di alcuni di loro da parte del mondo occidentale. In modo particolare MADRE TERESA di CALCUTTA.

Ora se fate un qualsiasi sondaggio, troverete che il 99% degli intervistati è ancora oggi convinto che ella sia stata una delle persone più buone del mondo e che la sua vita  sia degna di essere raccontata a dimostrazione della lode e gloria di Dio. Sono anzi certo che anche chi leggerà questo post sia incline a pensarlo e crederà che io sia il solito rompicoglioni depravato che deve pescare nel torbido.

Beh, una cosa è certa: sono arrabbiato per come noi occidentali guardiamo a certe manifestazioni solo perchè  pieni di sensi di colpa che crediamo di lavare via con l’amore per cose oggettivamente insopportabili in qualsiasi altro contesto.

L’adorazione di Madre Teresa di Calcutta l’ho sempre trovata ridicola. Ho trovato sempre, e ancora oggi la sola idea mi disgusta, insopportabile la sua mancanza di trattamenti sanitari nei confronti dei malati – specialmente bambini – in cura presso di lei, le sue anacronistiche posizioni in materia di contraccezione, divorzio e aborto che l’albanese giudicava «la più grande minaccia per la pace nel mondo» e il suo incoraggiamento ad accettare la povertà e la miseria. Che è poi la vera bestemmia.

Madre Teresa è stata, per me, un’opportunista che si è lasciata costruire addosso l’immagine di santa già da viva, al solo fine di raccogliere fondi per propagandare una forma rozza, bigotta, estrema e retrograda di cattolicesimo. Le donazioni ricevute furono usate per  lo più per costruire conventi dappertutto invece di far costruire ospedali, come i contributori della sua causa si aspettavano – o volevano credere – che ella avrebbe fatto prima o poi. Senza contare l’atteggiamento che Madre Teresa tenne con dittatori come Papa doc Duvalier ad Haiti da essa incensato e adulato in cambio di donazioni in denaro, e con noti truffatori come Charles Keating, condannato per truffa, che utilizzò parte dei proventi fraudolenti per finanziare Madre Teresa.

E come disse Abatantuono: Papè Satan, papè Satan Aleppe!

 

Nolontà

Perchè a volte la mattina ti alzi e ti chiedi che cosa diavolo stai facendo. Niente sembra avere senso anche se singolarmente prese le attività che svolgi o i movimenti del corpo che guidi per spostare in avanti le gambe o alzare le braccia sono del tutto normali. Solo che guardi fuori dalla finestra è pensi: e ora?

Pensare è un grosso limite si sa. I Beatles cantavano che “la vita è molto più facile se si tengono gli occhi chiusi” ed è una verità apodittica. Mettere in discussione la propria esistenza è per certi aspetti una benedizione (abbi dubbi….) ma deve avere un limite per non sfociare nel nichilismo o peggio ancora nella depressione che è (sarà) la vera malattia del nuovo secolo.

Naturalmente l’età ha una sua chiara valenza in questo processo. I giovani affamati di vita, in cerca di modi basici di sopravvivenza si pongono molto meno questioni esistenziali. La loro unica necessità è quella del naufrago in alto mare che non sa se è in grado di nuotare e comincia a battere le mani cercando di restare a galla, ma i vecchi, o meglio “le persone mature”, eh beh, è tutta un’altra storia. La fame l’hanno persa molto tempo fa, sanno che il loro meglio l’hanno già dato e davanti a sè il devasto è sempre più vicino e perdere tempo in attività o cose che non li arricchiscono neanche di una qualche minima emozione li spinge a chiudersi in sè stessi e mandare a cagare il resto dell’universo. E così arrivano sui loro posti di lavoro già sversi, ti salutano con un gesto del mento e si mettono a nazzicare con i cellulari sperando di trovare un’evasione alla noia che li tormenta, giochini, chat, social tutto è buono per fottersi la testa, e non pensare. Per un po’. Poi arrivano i clienti nei supermercati, o negli uffici comunali o i capi reparto nelle fabbriche, persone che hanno uno scopo che li spinge avanti e loro li guardano con odio. Perchè anch’essi vorrebbero riaverlo come tanto tempo prima e non sanno come ritrovarlo. E per mostrarti il loro disprezzo non ti salutano alla cassa del supermercato guardandoti senza fare nulla mentre ti affanni a mettere dentro i sacchetti che loro hanno battuto di corsa per godersi lo spettacolino di te imbarazzato, oppure cercano di trovare ogni ostacolo burocratico alla pratica che te cerchi di sbrigare negli uffici preposti, oppure svolgono le mansioni in fabbrica a un ritmo volutamente lento per ostacolare il processo.

E tutti, più o meno segretamente, ti mandano a cagare pensando che in fondo chi se ne frega di tutto, la sera una minestra a casa la trovano e poi gioca la Juventus in coppa.

Ma il cielo è sempre più blu…

Agonie

Ci sono tanti modi di morire, non un solo.

L’agonia è qualcosa che ha dentro di sè qualcosa di orrendo e allo stesso tempo affascinante, sia che partecipiamo al simposio come attori protagonisti o come semplici spettatori. E non parlo necessariamente della morte fisica. Vale anche per la fine di un amicizia, di un amore, di una relazione comunque importante. Il rendersi conto cioè che si è passati in un altro stadio anche se i piedi ancora percorrono vie che un tempo ci furono care.

Ci sono persone più ciniche o forse semplicemente più evolute di altre che non si fanno molti problemi. Vivono le cose come devono essere vissute, nel momento, sapendo bene che niente e nessuno potrà mai cambiare il fatto che solo lui conta ed evitano di perdere energie nel cercare di salvare un ricordo o nel cercare di trasformare, secondo procedure degne di “Lavoisier”,  qualcosa in qualcos’altro dato che in fondo niente si distrugge. Sono cioè consapevoli che quel cambiamento è, deve necessariamente essere, naturale. Qualunque cosa artificiale è destinata a perire o a cambiare ancora forma.

Ma è davvero così?

Possiamo ricostruire qualcosa dalle ceneri di ciò che è stato o siamo obbligati a vivere guardando solo e sempre avanti?

Sono stati scritti migliaia di libri su questi temi e, onestamente,nonostante capisca appieno le diverse teorie che essi trattano fatico a capire quale sia quella che io reputo la più giusta. Quante volte, dall’infanzia in avanti, crediamo di aver trovato compagni di viaggio che poi all’improvviso diventano estranei anche se nei nostri ricordi hanno sempre un posto speciale nel cuore. A proposito di Cuore, è ciò che capita anche al personaggio principale del libro di De Amicis, considerato uno dei capisaldi del romanzo di genere che tratta questi temi. Reincontra i vecchi compagni di scuola, durante la guerra, ci mangia al tavolo e si rende conto che la magia di un tempo non c’è più anche se allo stesso tempo sotto traccia resiste qualcosa che non si potrà mai perdere, ma quello che sono diventati però gli è del tutto estraneo.

Nel caso di passaggi di tempo così ampi le cose vanno da sè ed è quasi “normale” prendere coscienza del cambiamento, ma quando avviene in tempi più corti, quando capita con la donna o l’uomo con cui vivi, o le persone che frequenti ogni giorno, è difficile per coloro che non hanno il pelo sullo stomaco accettare il maledetto ciclo della vita, fatto di nascita e di morte. E così te ne stai a rimirare l’agonia di un rapporto, vedendolo boccheggiare di asfissia allo stesso tempo inorridito da ciò che è in atto ma anche affascinato perchè vuoi capire come funziona. La fine è sempre stata uno spettacolo morboso che affascina le genti. Lo sapevano bene gli antichi romani prima o nel Medio Evo chi rendeva le esecuzioni pubbliche per regalare panem et circenses oltre che ammonimenti su ciò che sarebbe accaduto a chi sgarrava.

 

Vintage è bello

Le crisi che hanno colpito il mondo occidentale in questi ultimi dieci anni hanno fatto diventare la nostra società a Km zero. La vita quotidiana si svolge oramai in un fazzoletto di terra. Dalla spesa al supermercato alla palestra, passando all’edicola dietro l’angolo e alla messa nella chiesta sotto casa (per chi ci va).

Ovviamente con i genitori a quattro passi.

Insomma le crisi ci hanno costretto a ripiegarsi su noi stessi ed è anche per questo che facciamo fatica ad aprirci al nuovo e alle grandi migrazioni di questi anni. Abbiamo deciso più o meno consapevolmente di investire sulla famiglia e sul vicinato. Sul territorio. Proprio come abbiamo sempre fatto nei secoli di dominazioni straniere che poi sono il motivo delle grandi divisioni che ci sono tra noi da nord a sud. Tutte le vittime della crisi, che siano separati, divorziati, cassaintegrati, esodati, licenziati, hanno nella famiglia e similari i propri beni rifugio. Perchè solo essa sa indorare la pillola e mostrare il famoso bicchiere mezzo pieno e far di necessitù virtù. Domestiche intendo. E quindi vai con la cucina fai da te anche il martedi e non più solo la domenica e si rispolverano ricette di una volta abbandonate per mancanza di tempo e riscoperte per impiegare tempo (e risparmiare denaro).

E i nuovi riti contro la solitudine sono gli aperitivi e i brunch, ma soprattutto le sagre paesane e, ca va sans dire, i gruppi di acquisto solidale.

L’Italia che tenta di esorcizzare le mille paure che la assediano ha riscoperto il vintage.

Gesù uno di noi?

Nella visione del cattolicesimo romano la Chiesa insiste ancora oggi sul fatto che Gesù non avesse fratelli. Ciò non significa che neghi l’esistenza di Giacomo, il più famoso (è proprio San Paolo che parla di lui definendolo il fratello del Signore), nè degli altri, nè che essi abbiano avuto un rapporto insolitamente intimo con Lui. Nella visione cattolica quelli non erano fratelli di sangue perchè non figli della stessa madre, Maria.

Questa posizione del tutto antistorica, non si basa su un’analisi dei libri del Nuovo testamento, ma coinvolge la dottrina sviluppatasi attorno al quarto secolo secondo la quale la Madonna non era soltanto vergine alla nascita di Gesù ma tale restò per il resto della vita. E’ la dottrina della perpetua verginità di Maria. Essa è alla base dell’attuale idea che i rapporti sessuali comportino necessariamente attività peccaminose. La Madonna per i cattolici non aveva questa natura, perchè altrimenti l’avrebbe trasmessa a Gesù. E’  il dogma dell’Immacolata Concezione, ecco perchè al termine della sua vita anzichè morire fu assunta in cielo. I protestanti ovviamente sostengono da tempo che tali dogmi non hanno radici nelle Scritture e secondo me non senza ragione.

I cattolici nei secoli hanno da parte loro sviluppato interpretazioni interessanti per contrastare queste accuse. Tra le più note c’è quella per cui i “fratelli” di Gesù erano i figli avuti dal povero Giuseppe (personaggio meraviglioso e vero eroe del Vangelo secondo me) in un matrimonio precedente. Questa visione è suffragata dai vangeli apocrifi che dicono che Giuseppe era in là con l’età quando si fidanzò con Maria e presumibilmente fu questa una delle ragioni per cui non ebbero rapporti sessuali.

Tale interessante interpretazione fu però smontata da uno stesso padre della Chiesa, Girolamo, un asceta che negò a sè stesso i piaceri della carne essendo persuaso che l’evitare rapporti sessuali fosse espressione suprema della vita cristiana. E poichè, disse, il suo ascetismo non poteva essere superiore a quello dei parenti stretti di Gesù, anche Giuseppe doveva essere stato come lui e quindi non aver concepito alcun figlio neanche in un matrimonio precedente. Quindi alla fine pontificò: Giacomo e gli altri erano i cugini di Gesù!

Il vero problema che pone questa idea è che però quando si parla dei fratelli di Gesù, viene utilizzata una parola greca che alla lettera significa figlio di sesso maschile dei medesimi genitori, mentre per il cugino si usa una parola completamente diversa. Dal momento che nè Marco, il primo ad indicare aveva quattro fratelli e diverse sorelle, nè Paolo danno alcuna prova di sapere che Gesù fosse nato da una vergine viene spontaneo supporre che per entrambi i genitori di Gesù fossero i suoi genitori naturali. I due avevano avuto rapporti sessuali ed era nato Gesù e poi altri bambini e Paolo ne conosce personalmente uno di loro.

cosmologia madre/morte

Uno dei più famosi incipit letterari di tutti i tempi è spesso usato come proverbio o modo di dire: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice lo è a modo suo”

Per chi non lo ricordasse è Anna Karenina di Tolstoj

Sulle famiglie ho letto molto in questi anni. Del resto c’è una letteratura sterminata al riguardo, ma tra le centinaia di cose che mi hanno colpito ce n’è una che in modo particolare non riesce a uscirmi dal cervello. Quella che viene chiamata “cosmologia madre/morte”.

Insomma la morte è sempre femmina e la femmina sempre materna. E c’è una teoria piuttosto seguita per cui la donna che ti uccide è sempre la madre della tua prossima vita. E questa cosmologia diventerebbe la spiegazione del comportamento affettuoso delle madri nei confronti dei figli.  La donna che ti uccide volontariamente o involontariamente ama in maniera ossessiva nella vita successiva e si sforza di amare i figli nonostante i loro problemi personali e c’è sempre una leggera sfumatura di egoismo  nel loro amore di madre: stanno cercando di fare ammenda per un assassinio che nessuno delle parti in causa ricorda se non forse in sogno,