La felicità

L’impalcatura di cristallo della felicità è tenuta in piedi da due grandi pilastri: il primo psicologico il secondo biologico. A livello psicologico la felicità dipende dalle aspettative più che dalle condizioni obiettive. In altre parole diventiamo soddisfatti soltanto quando la realtà corrisponde alle nostre attese. Il problema è che man mano che migliorano le condizioni oggettive le aspettative si gonfiano a dismisura. Se non teniamo sotto controllo questo aspetto i nostri futuri successi potrebbero lasciarci insoddisfatti per sempre.

Da un punto di vista biologico, però, sia le aspettative che la felicità dipendono più dalla biochimica che dalla situazione economica sociale o politica. Grandi pensatori come Epicuro in tempi antichi o Jeremy Bentham più recentemente hanno insegnato che siamo felici solo quando percepiamo sensazioni piacevoli e non sentiamo quelle spiacevoli. Insomma solo il piacere e il dolore spiegano la felicità e che al di là del piacere e del dolore non esiste bene o male.

Una cosa blasfema me ne rendo conto. Ma è solo ortodossia scientifica. Le scienze biologiche sostengono che la felicità e la sofferenza non sono altro che equilibri differenti delle sensazioni corporee. La cosa interessante è che non reagiamo mai agli eventi del mondo esteriore ma soltanto alle sensazioni del nostro organismo. Nessuno soffre perché ha perso il lavoro o perché la sua compagna l’ha mollato per andarsene con uno più bello e giovane. Quello che rende davvero le persone infelici è una sensazione spiacevole all’interno del proprio corpo. Le cose orrende che citavo possono indurre depressione ma la depressione in sè è una sensazione corporea spiacevole. E ci infastidisce una marea di cose. Prendete la rabbia: è sempre percepita come qualcosa che ha calore e di tensione del corpo. Non è un caso che si dica “bruciare” di rabbia.

Allo stesso modo nessuno è davvero felice per aver ottenuto una promozione o aver conquistato una donna che inseguiva da anni o per aver vinto la lotteria. Le persone diventano felici solo e soltanto grazie a un’unica causa: sensazione piacevole nei loro corpi!  Scariche di endorfine. Siamo felici se reagiamo alla tempesta di sensazioni che ci si scatena dentro. Siamo percorsi da brividi e da onde di elettricità e ci sentiamo sul punto di dissolverci in milioni di sfere di energia esplosiva.

La cattiva notizia è che le sensazioni piacevoli svaniscono rapidamente e prima o poi si tramutano in sensazioni spiacevoli. Se si vuole ripetere l’esperienza meravigliosa di quello stato psicofisico che segue momenti particolari come promozioni sul lavoro ad esempio occorre quindi ottenere una nuova promozione e poi un’altra e un’altra ancora. E se non ci si riesce più potremmo anche cadere in depressione e avviare il loop contrario.

E tutto questo è colpa non di Dio o di qualche magia negativa ma soltanto dell’evoluzione. Per millenni il nostro sistema biochimico si è adattato per aumentare le nostre possibilità di sopravvivenza e riproduzione non la nostra felicità. Il sistema biochimico ricompensa le azioni che favoriscono la sopravvivenza e la riproduzione con sensazioni piacevoli (l’orgasmo su tutto). Ma in realtà sono stratagemmi per spingerci a cercare altro cibo e partner con cui riprodurci al fine di evitare le spiacevoli sensazioni dovute alla fame e ripetere l’esperienza di beatitudine. Ecco perchè le cose che raggiungiamo non ci soddisfano a lungo.

Una mera questione di sopravvivenza.

L’evoluzione ci controlla con una vasta gamma di piaceri seducendoci con sensazioni che noi cerchiamo di riprodurre

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Vai Guadalupe

Guadalupe Palacios si distingue nella sua classe di scuola superiore in Messico, e non è solo per i suoi capelli grigi, la sua pelle profondamente increspata o i suoi 96 anni. Palacios, sta cercando di vivere il suo sogno di finire il liceo al suo centesimo compleanno e, secondo i professori, è anche lo studente più entusiasta in classe.

“Mi sento pronto a dare tutta me stessa. Oggi è una giornata meravigliosa”, ha detto lunedì al suo primo giorno di scuola superiore nello stato meridionale del Chiapas, indossando l’uniforme scolastica di una polo bianca con una gonna nera aggiungendo però anche un suo tocco personale: un maglione rosa.

“Dona Lupita”, come è affettuosamente conosciuta, è stata accolta con applausi dai suoi compagni di scuola al Liceo nella città di Tuxtla Gutierrez, la capitale dello stato. Ha diligentemente preso appunti nelle sue lezioni di chimica e matematica e persino ha sbottonato la sua roba in una lezione di danza.

Palacios è cresciuta in estrema povertà in un villaggio indigeno e ha trascorso la sua infanzia aiutando la sua famiglia a coltivare mais e fagioli invece di andare a scuola. Da adulta ha lavorato vendendo polli al mercato, si è sposata due volte e ha avuto sei figli. negli anni ha imparato l’aritmetica, ma mai a leggere e scrivere.Quando ha compiuto 92 anni ha deciso che era ora e si è scritta a un programma di alfabetizzazione.

“Ora posso scrivere lettere ai miei ragazzi”, ha detto con una risata.

Ma non si è fermata qui: nel 2015, si è iscritta a un programma di scuola elementare per discenti adulti. In meno di quattro anni, ha completato entrambe le scuole primarie e medie. Tuttavia poichè non c’era un programma di apprendimento per adulti per la scuola superiore  ha deciso di iscriversi a una normale scuola pubblica, con i compagni di classe di otto decenni più giovani.

Ma la cosa che mi fa davvero impazzire è che Guadalupe, sta guardando oltre le superiori: vorrebbe essere una maestra d’asilo un giorno!!!!

Vai Guadalupe…

La cosa più difficile da fare per persone che credono di valere qualcosa

Nella mia lunga vita ho conosciuto molte persone. Il livello di autostima che ognuna di loro aveva era, ovviamente, funzione di tante variabili, su molte delle quali esse spesso avevano poco se non alcun potere: famiglia, livello culturale, amicizie, persone che hanno accompagnato il percorso ecc. ecc.

Quelle che mi hanno mostrato una più alta considerazione di sè hanno quasi sempre tirato fuori un EGO straripante che se da un lato ammaliava allo stesso tempo distruggeva intorno ma, soprattutto, inaridiva qualcosa di prezioso dentro di loro.

Come lo so?

semplice: sono stato anche io una di queste personalità, ed ancora oggi a volte ricasco nei vecchi schemi distruttivi.

L’EGO è il figlio prediletto della sfocatura. Ogni qual volta diciamo IO agiamo per separarci dal resto dell’esistenza. L’EGO è una bestia malefica con cui ci identifichiamo e che ci fa dire: “Ho ragione”, che è il cibo preferito per far crescere i giudizi e la tracotanza. E’ sempre lui che ci convince che dobbiamo lottare per vincere, che dobbiamo convincere gli altri come venditori della Folletto alle nostre giuste idee. L’Ego non tollera la Pace, nè l’equanimità, perchè cerca il potere e il controllo. Crea conflitti e ci convince a considerarci unici, speciali e separati dal sistema con il quale, invece, siamo interconnessi. Ci fa credere che i pensieri, le emozioni e le azioni abbiano impatto solo su di noi e non su tutto ciò con cui siamo correlati. E soprattutto ci convince che siamo in una certa condizione per puro caso e non per un preciso motivo evolutivo.

Il compito più difficile per una persona che ha un’alta considerazione di sè stessa è riuscire a non attaccarsi a nessuna opinione parziale o visione della realtà per quanto giusta, oggettiva o scientifica gli possa sembrare. Riuscire cioè a non cadere nella trappola dell’identificazione. Dovrà quindi rinunciare al bisogno di avere ragione, al proprio ruolo, a difendere posizioni e opinioni e al bisogno di approvazione. Rinunciare a pensare di aver capito qualcosa. Smettere di controllare la realtà.

E quando incontriamo il nostro EGO guardarlo bene in faccia e chiedersi:

“Posso lasciarlo andare questo aspetto ed essere pace anzichè questo?”

La morte (part one)

Perchè poi capita quel giorno che ti alzi e capisci che la vita è davvero breve. E non è per “Frizzolone” o per Astori o il Mondo. Lo senti dentro che passare dall’altra parte non è poi così difficile come pensavi da ragazzo. E comprendi che il vecchio clichè per cui si chiede a qualcuno di “restare aggrappato alla vita” è una cosa concreta, reale e tangibile.  Lasciarsi scivolare via in fondo un gioco da ragazzi. E non puoi parlarne troppo apertamente altrimenti la gente prende a scansarti come “uno strano”. Perchè la morte è l’ultimo vero tabù. Il sesso oramai è sdoganato anche all’ora di cena. La morte no. La morte è ancora qualcosa che la società consumistica moderna fa fatica a metabolizzare.

Che succede quando ce ne andiamo?

Inutile dilungarsi su un tema tanto spinoso su cui hanno dibattuto le più grandi menti della storia dell’umanità. Il range delle possibilità è talmente grande e ben argomentato che chiunque è davvero interessato a questa cosa sa bene di che parlo, gli altri semplicemente se ne fregano. Sono quelli del “qua e adesso”. Gli “Epicurei”, anche se questo aggettivo può sembrare un insulto non lo è affatto.

La nostra realtà, si sa è dominata da alcune leggi fisiche, stra note. Le tre dimensioni e bla bla bla. Il tempo unidirezionale. Leggi di causa ed effetto. Prendiamo un raffreddore perchè ieri abbiamo preso freddo. Un’influenza perchè ieri l’altro siamo stati a contato con qualcuno che ci ha trasmesso qualche virus.

E se non fosse così?

E se il tempo corresse all’incontrario dal futuro indietro?

E se noi ci ammalassimo perchè non  vogliamo affrontare qualcosa che sappiamo (inconsciamente) che dovremmo fronteggiare nel futuro? Se il nostro corpo reagisse a stimoli indotti dalla nostra psiche aperta verso un futuro già scritto?

Follia ah?

Forse.

O forse no.

 

La ricerca della felicità

Il saltare da un un momento di piacere all’altro, da una dose di endorfine all’altra, da una dipendenza all’altra è quella che nel mondo oggi viene chiamata ricerca della felicità. Al contrario diventa avversione tutto ciò che non si vuol sperimentare, da cui si fugge perché si teme, escludendo pezzi di realtà esteriori ed interiori resi inaccessibili.

Eppure ogni dipendenza è un modo per elemosinare energia all’esterno poiché ci si è convinti che non siamo in grado di poterlo fare da soli. Quante volte ci siamo convinti di poter star bene solo in presenza di certe persone o in situazioni ben precise?

Riuscire a lasciar andare persone e cose forse l’opera più difficile ma importante della nostra vita. L’attaccamento costante per paura ci blocca l’evoluzione e ogni volta che affermiamo di non poter vivere senza qualcosa o qualcuno stiamo sminuendo noi stessi privandoci del nostro potere e cedendone una parte a quel qualcuno o qualcosa.

Amare la realtà così come si presenta è l’obiettivo ultimo che dovremmo avere.

Gli inganni dell’ego

Ogni qual volta ci sentiamo migliori o peggiori di qualcuno siamo di fronti a uno di quelle cose che in maniera generica possono essere definiti: inganni dell’ego. Virus che cercano di convincerci di essere loro la nostra vera identità.

Come riconoscerli?

è abbastanza semplice: quando perdiamo compassione o verso gli altri o verso noi stessi ci siamo dentro. La nostra sfocatura ci sta ingannando ogni qual volta, cioè, diciamo di non essere abbastanza o di aver capito o di avere un qualche forma di potere o di verità. E questa è una verità conosciuta già dagli antichi. Socrate stesso si presentava come “colui che sa di non sapere”.

Allora uno potrebbe dire: ma allora, se è così, non c’è mai fine al lavoro di ripulitura da fare su di noi.

Temo che sia proprio così.

Chi crede nelle teorie che prevedono reincarnazioni, di base, ha questo assunto sotteso: l’anima deve lavorare proprio sulla decisione di essere pace in ogni circostanza. E per riuscirci ci vuole tempo. Tanto tempo. E non è detto che ci si riesca.

La domanda che dovremmo porci ogni qual volta ci capitano emozioni “negative” e in genere a qualsiasi pensiero disarmonico o conflittuale è (sarebbe):

POSSO ESSERE PACE ANZICHE’ QUESTO?

In teoria la sola idea di accettare di ripulire la sfocatura ritirando la proiezione dalla realtà ti fa entrare nel flusso, di sentire cioè di essere nel posto giusto, al momento giusto, qualunque cosa stia accadendo. Che non significa che ti stiano accadendo per forza cose facili, dolci o gioiose, quanto eventi utili al nostro essere per generare maggiore intensità. E a volte possiamo anche esserne spaventati ed è per questo che facciamo resistenza al flusso stesso. La nostra mente razionale fa fatica a realizzare che per crescere l’essere ci porti a vivere la sofferenza nostra o di chi amiamo.

Nel resistere alla realtà ci contraiamo su noi stessi come se dicessimo: questo non mi riguarda. Non sono io.

Invece ciò che viviamo nelle nostre realtà ci riguarda eccome. Non possiamo evitare di entrarci ma il rifiuto rallenta la nostra crescita fin quando non riconosciamo di dover recitare la nostra parte nella storia che ci riguarda. Il flusso impone l’attraversamento del problema in maniera diretta e porta sempre verso l’intensità.

Sotto questa ottica, drammi che la nostra mente razionale ci mostra come privi di ogni logica e frutto del caso o di un Dio malato, possono essere visti all’improvviso sotto una luce nuova.

POSSO ESSERE PACE ANZICHE’ QUESTO?

è la domanda.

provate.

Cerchiamo intensità

Qualunque cosa pensiamo degli altri, tutti noi, ognuno a suo modo, cerca esperienze intense. L’intensità è quella capacità di vivere una certa situazione con il massimo della partecipazione, avendo chiaro che, in quel preciso momento, ciò che noi siamo sta imparando qualcosa.

L’intensità non ha sempre e comunque valore di espansione. La bellezza è che ci può essere intensità anche nelle contrazioni. Amore e paura ad esempio. E quando decidiamo di passare in mezzo agli eventi senza sfuggire al dolore o senza abbandonarci totalmente al piacere il nostro essere cresce alleggerendosi. Ogni qual volta rifiutiamo la vita cercando surrogati presi dalla vita di altri o dal nostro passato aumenta l’appesantimento. La sfocatura è la somma di tutte le nostre resistenze alla realtà così com’è ed essa cerca sempre di validare sè stessa. Un po’ come quando diciamo “Le cose stanno così!”

Ecco perchè il pensiero positivo tout court è una grande vaccata. Non accogliere il dolore e rifiutarlo cercando in ogni situazione l’aspetto positivo è ciò che porta ai campi di concentramento. “Arbecht macht frei”. Secondo la teoria del pensiero positivo occorrerebbe trovare il bello anche in quella situazione.

La sfocatura è un fardello pesante ma anche un’eredità da cui ripartire e da sfruttare ed è composta da tutte le storture, i difetti, le fissazioni, le nevrosi, gli attaccamenti, le avversioni, le abitudini e le tendenze, tutto ciò che chiamiamo IO che ci identifica ma che solidifica la realtà esteriore. Certe persone che abbiamo accanto sono un riflesso delle nostre sfocature.

E ciò che dovremmo cercare di fare è trasformare questa sfocatura verso l’intensità della pace e dell’equilibrio.

Il panino

Avete mai avuto a che fare con un affamato?

Un morto di fame vero, intendo. Uno che sono settimane che non mette niente nello stomaco e che si trascina per le strade in cerca di qualcosa.  Ciondola stancamente perché sa che se si ferma muore e passa il tempo a rovistare tra i rifiuti per cercare, tra gli scarti degli altri, un po’ di calorie che permettano di non crepare.

Viviamo in un’epoca e in una società in cui questo tipo di persone sono quasi sparite. Persino gli homeless hanno strutture parastatali che in qualche modo li sostengono.  Il mondo occidentale ha anestetizzato la coscienza dei suoi membri fornendo la minima assistenza a chi vive ai margini affinché eviti di perdere la dignità. Le regole che sottendono la nostra civiltà sono quelle di causa-effetto, di tempo lineare unidirezionale e di una morale condivisa che si basa essenzialmente sul principio del rispetto della libertà altrui.

Ma un essere umano può essere affamato anche di altre cose. Di rispetto, ad esempio. O di vita. Di socializzazione. E soprattutto d’amore.

Avete mai incontrato un affamato d’amore?

Che poi detta così non significa nemmeno nulla. Che vuol dire affamato d’amore? Niente.  Non significa un cazzo. Almeno per coloro che non capiscono la disperazione di chi ha bisogno di essere riconosciuto e apprezzato per quello che davvero è. Per quello che può dare.  Per ciò che ha dato pagando di tasca propria per avere in cambio niente che non fosse  autogratificazione per il gesto di per sè.

Eppure, anche se è difficile da credere, esistono spiriti eletti che tutto questo discorso contorto e mediamente ottuso non solo riescono a capirlo, ma sono in grado persino di elaborare un piano di soccorso per quel tipo di emarginato.  No, non è la banda del sergente Pepper. E’ gente comune, come me e voi. Persone che hanno sensibilità particolari, dotate di carisma e capacità di comprensione superiori e di una dialettica in grado di infiammare il cuore dell’affamato. L’unico problema è che, in genere, il loro intervento non è mai gratis.  Che diamine viviamo nel Western World alle soglie del XXI secolo, che vogliamo aspettarci? E’ gente, sveglia, acuta, soprattutto pratica, che lavora anche quando non lavora. Sono fatti così.  La loro forza è che non rubano niente e questo mette a tacere le loro coscienze. Si avvicinano all’affamato con un panino profumato pieno di cose buonissime dentro e cominciano a fargli sentire l’odore. Lo fanno con tatto, perchè non sono mica tagliati con l’accetta. Non vogliono ferire consapevolmente. E soprattutto sanno che l’essere umano diventa pericoloso in condizioni di cattività o di estrema indigenza. Non vogliono correre rischi di contaminazione. Gli zoo che frequentano per studiare gli animali da vicino hanno bestie che hanno perso animalità vera e per avere ciò che cercano devono addentrarsi nella giungla di coloro che hanno ancora spirito indomito.

“Se mi mostri come mai ti sei ridotto a frugare tra la spazzatura, ti faccio mangiare il panino. ” dicono con sorriso mellifluo.

Cosa può fare un affamato di fronte a un’offerta del genere?  Può rifiutarsi di perdere la dignità?

“Fammi capire il meccanismo che ti ha portato a diventare questa larva di uomo che sei diventato. Mi interessa a fini documentaristici. ”

E allora l’affamato, si alza dritto, tira su la schiena scheletrica e  si mette a ballare l’alli galli. “Anvedi come balla Nando”. E balla così bene che l’essere speciale, gli dà il panino in mano: “Tieni, te lo sei meritato. ” Quello lo guarda con occhi da bambino sognante. Aveva smesso di credere alla Befana da molto tempo. “Ma…ma… davvero? ” .  Vede il sorriso benevolo e si siede per terra ai piedi dell’essere speciale. Non vuole azzannare subito, perché ha paura di star male. Può soffocare e il suo stomaco non è abituato a tanta roba, la vita gli ha insegnato a pazientare e lui ricorda tutti i momenti che ha vissuto in cui sognava quel momento. E pure le persone che ha incontrato lungo la strada che gli hanno detto: “Vedrai tìo, vedrai che un giorno troverai ciò che cerchi. ”

“Ma se io domani ti ballo anche il cha cha cha, e il giorno dopo la Bossa Nova e quello di là il country western, mi fai venire a casa tua a stare nel tua giardino come un cane  che quando ti sei stufata ti lascia dentro la solitudine che ti piace così tanto per non perdere te stessa? ”

In quel momento lo sguardo dell’essere speciale si rabbuia. Gli prende il panino di mano senza che quell’altro gli abbia dato un solo morso e gli dice:

“Non capisco perchè non ti rendi conto di quello che mi ha portato da te è diverso da quello che vuoi te. Metti il cuore nelle cose che fai. Sii puro e cerca con dedizione e pazienza la persona che sai esistere da qualche parte. Se lo farai mostrando chi sei, è certo che la troverai.  Ma non sono io.”

E senza voltarsi, gira le spalle e se ne va. Alla ricerca di un ballo nuovo, uno che viene dal futuro, qualcosa che può scegliere e che l’industria della musica ancora non è riuscita a scovare. E quando capiterà gli metterà in mano lo stesso panino e gli chiederà:

“Se mi racconti come hai inventato questo ritmo è tutto tuo. “

Non m’inculi col patè

C’è questa suorina bellina bellina che ha perso l’autobus per tornare in convento che fa l’autostop e viene caricata da una Mercedes ultima generazione con a bordo una donna appariscente.

“Salga sorella, la porto io.”

“Caspita che bella macchina. ” le fa questa

“E’ il frutto di una notte d’amore con uno spasimante.”

La suorina bellina bellina arrossisce: “Ma davvero? e che bell’anello al dito.”

“Ah questo? è il frutto di una notte d’amore con un altro tipo. Che vuoi so fatti cosi.”

“Perdindirindina.” fa la suorina, poi nota la borsa di pelle di coccodrillo e il cappotto di cashmere sul sedile di dietro “E’ quelli…? ”

“Non ci crederai ma anche quelli l’ho avuti nello stesso modo.”

La suorina bellina bellina si fa il segno della croce. Quando arrivano al convento la ringrazia e si salutano e lei va dritta nella sua cella e comincia  a pregare. A mezzanotte sente bussare la porta.

“chi è? ”

“Sono io… ”

“Oh padre Alberto ci vai a cacare te e le tue caramelline alla menta….”

 

Questa storiella, che è un classico della “letteratura” di genere, ricorda uno dei sempreverdi che accompagnano le nostre esistenze che va sotto il nome latino di “Inculare con il patè“. Pure Celentano a suo tempo la mise in canzone cantando di “Rosanna mon amour”.

Quante volte ci doniamo per quattro spiccioli?

A volte consapevolmente a volte invece turlupinati da sogni e aspettative su qualcosa: lavoro, amore, famiglia. Insomma tutto il cocuzzaro. Certo, dirà qualcuno, noi diamo e doniamo per il piacere di farlo e non per il ritorno che avremo, ma sappiamo tutti che la partita doppia è solo latente. Il do ut des è la pietra angolare dell’esistenza di qualunque essere umano senziente. Pure per i santi (su Madre Teresa mi sono già espresso).

Scoprire di essere stati inculati con il patè provoca uno dei dolori più grandi che un essere umano è obbligato a sopportare dal punto di vista emotivo. Sapere che si è cascati nel raggiro fa perdere autostima e il passo successivo è lasciarsi andare e quindi cascarci ancora e ancora e ancora. L’alternativa è pure peggiore: far male a chi ha osato calpestarti. Che poi è ciò hanno deciso di fare molti islamici ma se si dice si finisce a Guantanamo quindi rinnego di averlo anche solo pensato.

Quale è la scelta migliore quindi?

Io credo che l’unica cosa che funziona in questi casi è accettare il fatto di non essere così bravi e belli e intelligenti e fighi come si pensava. Perchè la verità vera è che solo malati di narcisismo come me hanno la percezione di essere stati (spesso) inculati col patè. Gli altri, i sani, non sanno manco di che sto parlando….

Fine anno

Fine di cosa poi?

tutto ricomincia, quasi sempre allo stesso modo e quando non è così è in genere perchè è successo qualcosa di brutto che peggiora lo status quo. I tempi in cui si credeva che il futuro fosse foriero di cambiamenti positivi è andato per sempre. Forse è davvero questa la vecchiaia: credere che le cose non potranno più migliorare. E che noia sentire alla televisione e nei bar sempre i soliti refrain sugli auguri e su come tra qualche mese staremo meglio.

Stronzate.

A nessuno frega nulla di nessuno. Auguri sono solo parole buttate al vento per riempire spazi che a volte una carezza o un abbraccio coprirebbero meglio ma che sono difficili da regalare. Le parole come “Auguri” e similari sono invece indolori e vanno giù senza ostacoli anche nei cuori più duri. Siamo arrivati al 2018 ma se vi togliete lo sfizio di andare a leggere i giornali di cento e passa anni fa troverete le stesse notizie e gli stessi ritornelli di sempre. Politici corrotti, crisi economiche, scandali, rinnovamento. Gente che urla che avrebbe riportato qualcosa ai vecchi fasti scordando che non ci sono mai stati. Niente è cambiato e niente cambierà mai. E’ tutto falso, persino la data. Un uomo chiamato Gesù è nato in Palestina sette anni prima di quando in genere si crede, ma nel regno dell’approssimazione anche questa cosa ha il suo senso se si vuole.

E allora quali sono i piani per il nuovo anno?

Sopravvivere, facendo in modo che l’aria continui ancora ad entrare nei polmoni sperando che qualche bolla d’aria nel sangue o qualche cellula impazzita non facciano troppi danni.